Cesare Prandelli nasce ad OrzinuovI, piccolo comune in provincia di Brescia, il 19 agosto 1957. La sua carriera da calciatore si svolge in sole tre città, Cremona, Bergamo e Torino sponda Juventus. L’esperienza bianconera arriva quando Cesare ha appena 22 anni, un età in cui essere a contatto con maestri del calibro di Boniperti, Trapattoni, Zoff e Scirea, ti forma, come calciatore ma ancor di più come uomo. Nei sei anni di Juventus Prandelli, pur non essendo un titolare fisso, raccoglie svariati trofei e grandi soddisfazioni. Inoltre, la presenza in squadra di grandi campioni gli consente di immagazzinare e di imparare elementi che gli verranno molto utili quando inizierà ad insegnare calcio.

IN PANCHINA INIZIA CON L’ATALANTA

E’ l’Atalanta la squadra che, una volta appesi gli scarpini al chiodo, gli offre la possibilità di sperimentarsi in panchina. Gli consegna la squadra  Allievi con la quale Cesare conquista lo scudetto di categoria nella stagione 1991-1992. Già da quella sua prima esperienza si intuisce che la stoffa per allenare c’è. Se ne accorgono anche i dirigenti orobici che nella stagione successiva lo promuovono alla guida della squadra primavera, con cui Prandelli vince il campionato di categoria e il Torneo di Viareggio. Rimane sulla panchina della primavera bergamasca fino al 1997, con un breve intermezzo in prima squadra nel 1994 quando per un paio di mesi sostituisce l’esonerato Guidolin.

LE ESPERIENZE DI LECCE, VERONA E VENEZIA

Nella stagione 97/98 passa al calcio dei grandi. Incomincia con il Lecce, in serie A, esperienza che porterà avanti fino a febbraio 98 quando si dimette con la squadra posizionata nei bassifondi della classifica. Dimissioni: un sostantivo che farà da filo conduttore nella storia professionale di Cesare, ma di questo parleremo più avanti.

Nella stagione 98/99 viene ingaggiato dall’Hellas Verona in serie B con il compito di riportare i veneti nella massima serie. Ci riesce e viene confermato per la successiva stagione dove conduce la squadra al nono posto, mettendo in mostra un ottimo calcio e lanciando giocatori come Sebastian Frey, Cristian Brocchi, Domenico Morfeo, e il talentuoso brasiliano Adailton. Rimane a Verona fino al termine della stagione 99/2000 quando rassegna le proprie dimissioni per ripartire nuovamente dalla serie B, questa volta con il Venezia, dove ottiene subito la promozione in serie A.

Si inizia a parlare di Prandelli come tecnico specialista di promozioni dalla B alla A, ma forse meno adatto a guidare squadre in massima serie. E la stagione 2001/2002 pare confermare tutto ciò dal momento che il tecnico viene esonerato dal Presidente Zamparini dopo la quinta giornata del girone d’andata con la squadra ancora ferma a zero punti.

 ARRIGO SACCHI E PARMA

E’ Arrigo Sacchi, suo grande estimatore, che lo chiama a Parma nella stagione 2002/2003. In Emilia Prandelli rimane due anni, facendo diventare il club crociato una sorta di “Prandelli-Lab”, lanciando giovani e sperimentando nuovi moduli di gioco. Valorizza giocatori come Daniele Bonera, Simone Barone, il brasiliano Adriano, Alessandro Rosina, Alberto Gilardino, Marco Di Vaio, Adrian Mutu, Mark Bresciano, Matteo Brighi e mette in mostra un 4-2-3-1 innovativo, redditizio e spettacolare.

Arrivano due quinti posti consecutivi di cui il secondo, stagione 2003/2004, un vero e proprio miracolo. E’ l’anno dello scandalo Parmalat, che travolge il club come un fiume in piena. Un’impressionante mazzata, con l’impero di Callisto Tanzi che si dissolve come neve al sole. Cesare, dimostrando grande abilità e capacità di leadership, riesce a mantenere compatta una squadra ai cui giocatori non vengono più pagati nemmeno gli stipendi.

IL PRIMO GRANDE TRENO: LA ROMA

Dopo queste due ultime stagioni, e scrollatosi finalmente di dosso l’appellativo di “Tecnico da B”, Il suo nome viene accostato a diverse squadre, tra cui la Juventus, che deve sostituire Marcello Lippi. A Torino ci andrà Capello, liberando per lui la panchina della Roma. Il club capitolino gli mette a disposizione una signora squadra con il trio delle meraviglie Totti – Cassano – Montella a guidare il reparto avanzato. Purtroppo, già prima dell’inizio del campionato, arriva la notizia shock. La moglie di Cesare, Manuela, si ammala gravemente e Prandelli non se la sente di continuare a lavorare. Senza alcun rimpianto rassegna le proprie per poter star vicino alla compagna di una vita.

I CINQUE ANNI A FIRENZE

Rimane inattivo fino alla stagione 2005/2006 quando Diego Della Vale lo ingaggia per sostituire Dino Zoff alla guida della Fiorentina. E a Firenze Prandelli fa grandi cose. Rimane cinque anni, anni in cui conquista il Franchi mettendo in campo una squadra propositiva, con idee e concetti moderni, volti alla ricerca dei risultati attraverso il gioco. Quarto posto e accessi ai preliminari di Champions al primo anno e sesto posto partendo da meno 15, causa lo scandalo di calciopoli, al secondo anno. Nel 2007 la terribile malattia ha la meglio sulla sua amata Manuela, ed è proprio l’amore per il suo lavoro che consente a Prandelli di assorbire il colpo di una tale tragedia. Nella stagione 2007/2008 arriva un lusinghiero quarto che garantisce alla società viola l’accesso alla Champions per la stagione 2008/2009. Stagione nella quale, dopo essere uscita nel primo girone di Champions, la Fiorentina accede alla Coppa UEFA dove arriva fino alle semifinali, eliminata solo ai rigori dal Glasgow Rangers. Nella stagione 2009/2010 supera la fase a gironi della Champions e arriva agli ottavi di finale della massima competizione continentale, dove viene eliminata da una grande Bayern Monaco anche a causa di alcune decisioni arbitrali alquanto discutibili.

LA NAZIONALE

Prandelli piace. La gente lo ammira sia per il modo di fare calcio che per quel suo stile piacevole e delicato. E il 30 maggio 2010 la Federazione lo nomina C.T. azzurro con un contratto quadriennale. Prandelli ha una sua “vision” di come deve essere gestita e organizzata una squadra nazionale. Una prospettiva che lo porta ad immaginare una squadra piuttosto diversa rispetto a quelle viste nelle ultime gestioni, sia da un punto di vista tecnico che metodologico. Chiama Cassano e Balotelli, i due attaccanti più talentuosi di quel momento ma entrambi con un caratterino per nulla semplice da gestire. Stabilisce un codice etico in base al quale i giocatori sanzionati per comportamenti antisportivi o particolarmente violenti non verranno convocati in nazionale. Lancia importanti segnali di moralizzazione a tutto l’ambiente calcio convocando in maglia azzurra Simone Farina, un calciatore di medio livello che ha avuto il coraggio di denunciare un fatto gravissimo. Era stato infatti avvicinato da persone che gli avevano offerto una cifra pari a 200.000 euro per “truccare” una partita di Coppa Italia, Gubbio-Cesena.

Nel 2012 la sua nazionale gioca un grande Europeo 2012 raggiungendo la finale, persa poi per 4-0, contro una Spagna pazzesca. Nel 2014 ci sono i mondiali in Brasile. La nazionale azzurra parte bene, battendo per 2-1 l’Inghilterra. La stampa osanna Prandelli e la sua squadra, ma si sa, nel calcio è sufficiente un battito di ali per passare dalle stelle alle stalle. Due sconfitte consecutive contro Costa Rica e Uruguay fanno precipitare la situazione in pochi giorni, dal momento che ci condannano ad una precoce eliminazione dal mondiale. E’ il 24 giugno 2014, il giorno della sconfitta contro l’Uruguay, per 1-0, la partita che verrà anche ricordata per il morso di Suarez a Chiellini. Siamo a Natal, nel Rio Grande do Norte. Drammatica la conferenza stampa post partita, nella quale Prandelli e Giancarlo Abete, Presidente della F.I.G.C., rassegnano le dimissioni dai rispettivi incarichi. Cesare fa da parafulmine. Ama troppo i propri giocatori per poter sopportare il vederli messi alla gogna e attraverso le dimissioni dirotta su di sé tutti gli attacchi di una stampa furiosa per l’eliminazione.

24 giugno 2014, una data che farà da spartiacque nella vita professionale di Cesare Prandelli. Da quel giorno infatti, la sua carriera da allenatore che sembrava in continua e vertiginosa ascesa, si è bruscamente arrestata, inanellando tutta una serie di esperienze estremamente deludenti.

LA DISCESA AGLI INFERI

Cesare è un visionario. Più che dai grandi compensi è attratto dai progetti, dalle idee, dai principi. E lo è al tal punto da farsi ammaliare da promesse sulla carta allettanti ma nella pratica poco più che sogni e aspirazioni destinate a non realizzarsi, fatte da pseudo dirigenti con pochi scrupoli. Ecco spiegate le piste che lo porteranno prima in Turchia e poi negli Emirati Arabi, transitando dalla penisola iberica.

Il Mondiale brasiliano è appena terminato. La delusione è tanta e Prandelli pensa di disintossicarsi dalle tossine mondiali prendendosi un periodo di riposo. Pochi giorni dopo il suo rientro in Italia però lo contatta il Galatasaray con una proposta che lo “rapisce”. Non tanto per gli euro che mette sul banco, quanto attraverso la progettualità. Gli viene proposto un ruolo non solo tecnico ma organizzativo a 360 gradi verso la struttura tecnica del club stesso. Prandelli si lascia tentare da questa opportunità e quindici giorni dopo l’addio alla nazionale dice sì al Galatasaray. Tutto però finirà soltanto pochi mesi dopo, e precisamente il 27 novembre dello stesso anno, quando il club lo esonera a causa del rendimento altalenante della squadra.

Cesare torna in Italia. Nel nostro campionato buona parte delle big cambiano panchina ma nessuno lo contatta per affidargli la squadra. Studia, si aggiorna. Pianifica riunioni con il proprio staff in cui vengono messe in comune le novità osservate sui vari campi nazionali e internazionali. Ma la voglia di tornare in campo ad insegnare calcio è tanta e dopo due anni di  inattività, il 28 settembre 2016, è il Valencia, che alla sesta giornata della Liga gli offre la possibilità di ritornare in sella. Anche in questo caso Cesare è scettico. La squadra non è costruita come piace a lui ma il fuoco della passione per il calcio, che arde nel suo petto, è troppo violento e Prandelli accetta l’incarico. Esperienza che durerà poco più di novanta giorni. E’ infatti il 30 dicembre 2016 quando Prandelli, dopo aver conquistando la miseria di sei punti in 8 partite (1 vittoria, 3 pareggi e 4 sconfitte) si dimette dal club spagnolo ufficialmente per divergenze di mercato.

Nella stagione 2017/2018 sono gli Emirati Arabi a indurlo in tentazione. Prandelli elabora la proposta e, allettato da un programma ad ampio respiro, stimolante, e appositamente studiato per portare il club a diventare il faro del calcio asiatico, accetta. Firma il contratto con il club del Al Nasr Dubai ma il 19 gennaio 2018, dopo una brutta eliminazione nella Coppa del Presidente degli Emirati Arabi Uniti, viene esonerato.

IL RITORNO IN ITALIA

A fine del 2018 qualcuno in Italia, finalmente, si ricorda di lui. E’ Enrico Preziosi, il bizzarro ma nello stesso tempo geniale Presidente del Genoa. I grifoni sono in grossa difficoltà. Hanno già esonerato Ballardini, ma non sono per nulla contento del nuovo tecnico, Ivan Juric. Il Genoa, pur avendo un straordinaria storia alle spalle, oggi non è certamente un club di prima fascia. Ma dal 2014, anno in cui ha dato l’addio alla nazionale, tutte le panchine dei club più importanti d’Italia hanno più volte cambiato guida tecnica e nessuno ha mai pensato a lui. La voglia di tornare su una panchina della nostra serie A per Prandelli è grandissima e soprattutto rappresenta per lui, da anni completamente dimenticato dal calcio italiano, una straordinaria boccata d’ossigeno. Firma un contratto che lo lega ai rossoblu fino al termine della stagione.  Arriva in Liguria con la classe, l’umiltà, il silenzio, e lo stile che gli appartengono, ma non riesce a dare la svolta desiderata alla deludente stagione di Pandev e compagni. La salvezza arriva soltanto all’ultimo minuto dell’ultima giornata grazie al miglior rendimento negli scontri diretti con l’Empoli e a fine stagione non viene confermato.

L’UOMO E IL TECNICO

Come già detto, le dimissioni dall’incarico di allenatore, sono state stata una costante di tutto il suo percorso da tecnico. In un mondo dove tutti sono alla ricerca di un contratto, quello che più conta per Cesare, è il vedersi riconoscere la bontà del lavoro. Quando ciò non accade, lui preferisce farsi da parte.

Particolare anche il suo modo di intendere il mestiere di allenatore, e diverso da tutti gli altri. Razionale, sistematico, analitico, ma al contempo estroso e creativo, da buon amante della pittura e dell’arte in generale. Sarà per questo che i giocatori di fantasia, quelli chiamati genio e sregolatezza, sono stasi spesso centrali nei suoi progetti. Così è stato con la copia d’attacco Cassano – Balotelli nella sua nazionale vice campione d’Europa, con Adriano e Morfeo a Parma, e con Mutu a Firenze, privilegiando il loro talento al gioco codificato e agli schemi rigidi. Calciatori che è riuscito a condurre anche oltre i loro limiti, portandoli ad un livello di rendimento che nessuno, prima e dopo di lui, è riuscito a fare. Uomini con i quali ha saputo creare un rapporto speciale, fatto di ascolto, di bastone e di carota.

Un maestro di calcio è stato più volte definito. Un allenatore che ovunque ha allenato viene ricordato per il gioco espresso dalle sue squadre, capace di coniugare ordine e fantasia, risultati e spettacolo. Con un unico neo, nessuna grande vittoria nel suo personale palmares.

E così Cesare Prandelli dopo  dieci stagioni di ottimi risultati, di cui quattro a grandi livelli come CT azzurro, pare essere uscito dai radar del calcio che conta. La velocità con cui oggi gira il mondo lascia poco spazio alla memoria collettiva e ai ricordi del passato. Per lui pare non vedersi la luce alla fine del tunnel, anche se in una recente dichiarazione parlando del proprio futuro ha detto: “Ad essere sinceri finora non ho ancora pensato a nulla. Ora voglio soltanto ritrovare serenità e vedere il calcio in maniera più distaccata. In fondo è solo un gioco. Le cose serie sono altre.”

L’augurio di tutti gli appassionati del buon calcio è che il tecnico di Orzinuovi, uno dei più validi e preparati allenatori dell’ultimo ventennio, possa tornare al più presto su una panchina della nostra seria A, andando a riprendersi ciò che gli spetta. Perché di gente come Prandelli, nel calcio italiano, c’è sempre un gran bisogno.

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