Roberto De Zerbi nasce a Brescia il 6 giugno del 1979. Cresce nel settore giovanile del Milan in cui rimane fino al 1998. Caratterialmente Roberto è un estroso, un’artista, e questo stile che lo caratterizza lo trasferisce nella cosa che più ama fare, giocare a pallone, diventando un centrocampista di fantasia, un trequartista con una buona visione di gioco. Purtroppo per lui l’epoca in cui esordisce nel calcio dei grandi, è quella di fine anni ’90, periodo storico in cui il ruolo del trequartista è oscurato dai discepoli “sacchiani” fedeli ad un’idea dogmatica un 4-4-2 rigidissimo in cui questa figura tecnica non è prevista. Fatica quindi ad imporsi e la sua carriera si svilupperà prevalentemente tra serie C e B piuttosto che in massima serie. Monza, Padova, Como, Avellino, Lecco, Foggia, Arezzo, Catania, Napoli e Brescia sono le squadre per cui milita, andando a concludere la carriera in Romania e precisamente al CFR Cluj, club con cui vince campionato, coppa nazionale esordendo pure in Champions League. Al termine della carriera collezionerà complessivamente 3 presenze in Serie A e 132 presenze farcite da venti reti in Serie B.

I suoi primi passi da allenatore e l’esperienza di Foggia

A trentatrè anni decide di appendere le scarpette al chiodo. Nel 2012 consegue il patentino di allenatore e il 18 novembre 2013 firma il suo primo contratto da allenatore, in serie D con il Darfo Boario. L’esordio in panchina non è però dei più fortunati dal momento che la stagione si conclude con una retrocessione in Eccellenza. Il suo primo contratto da professionista della panchina lo firma nell’estate del 2014, quando lega il proprio nome per la stagione 2014/2015 al Foggia in Lega Pro, squadra di cui De Zerbi è già stato giocatore. Rimane a Foggia fino all’agosto 2016 quando a causa di disaccordi programmatici con il club verrà esonerato. L’esperienza foggiana gli resterà però tatuata sulla sua pelle, dal momento che negli anni di permanenza nella città pugliese De Zerbi ha saputo entusiasmare e riempire le tribune dello Zaccheria come prima di lui soltanto il boemo Zdenek Zeman era riuscito a fare. E lo ha fatto proponendo un’idea di calcio totale, un gioco effervescente, con giocatori che si muovevano a tutto campo, quasi come se non avessero ruoli fissi. Prima di andarsene da Foggia, De Zerbi conquista una Coppa Italia di Lega Pro nella stagione 2015-2016 e un secondo posto in classifica del girone C della Lega Pro con 65 punti, accedendo ai  play-off poi persi in finale contro il Pisa

La prima panchina di serie A a Palermo

La prima grande occasione di allenare in serie A gliela offre Maurizio Zamparini, rimasto impressionato dal suo calcio champagne messo in mostra negli anni di Foggia. Zamparini lo chiama per sostituire sulla panchina del Palermo il dimissionario Davide Ballardini e De Zerbi cerca di trasferire alla squadra le sua idee di gioco, che prevedono il fare sempre la partita con coraggio, cercando di far divertire pubblico e giocatori. Siamo nell’estate 2016 e De Zerbi resisterà sulla panchina dei rosanero soltanto fino al 30 novembre dello stesso anno quando a condannarlo sarà un sconfitta ai rigori in Coppa Italia contro lo Spezia. In campionato peraltro, aveva raggranellato fin a quel giorno soltanto una vittoria e ben sette sconfitte consecutive.

Nella stagione 2017/2018, subentra a Marco Baroni sulla panchina del Benevento. Le prime nove giornate sono già andate in soffitta e i campani sono ancora fermi a zero punti. L’impatto con la squadra è buono, e quel Benevento nel giro di poche settimane cambia pelle, iniziando a proporre un calcio di miglior fattura, più propositivo e qualitativo. Secondo la filosofia di De Zerbi la squadra se la gioca alla pari con squadre ben più blasonate più di una partita ma i risultati faticano ad arrivare e il tecnico bresciano non riesce ad evitare la retrocessione raggranellando al termine del campionato soltanto ventun punti totali in classifica.

Il Sassuolo

Dopo aver salutato il club giallorosso è il Sassuolo del patron Squinzi che nell’estate 2018 gli consegna una squadra che, pur non essendo di prima fascia, è composta da una rosa di buoni calciatori, tra cui alcuni prospetti importanti quali Sensi, Locatelli, Rogerio, Lirola, Berardi, Di Francesco, Adjapong, e quindi maggiormente adatti per poter mettere in mostra le sue qualità di allenatore. E De Zerbi non tradisce, guidando il Sassuolo ad un undicesimo posto finale con 43 punti complessivi conquistati. Alla luce di quest’ultima esperienza emiliana, De Zerbi inscrive con maggior prepotenza il proprio nome in quel filone di allenatori etichettati come “giochisti”, tecnici la cui idea è che sia importante vincere attraverso il bel gioco, e cioè quello basato sul dominio dell’avversario attraverso la ricerca del possesso di palla e della conquista stabile dell’altrui metà campo.

La sua idea di gioco

Pur prediligendo il 4-3-3, per quanto fatto vedere fino ad ora De Zerbi non ha dato l’idea di essere un integralista di moduli, ma anzi, un tecnico che tende a modellare lo schema di gioco della propria squadra, sia in relazione alle caratteristiche dei giocatori a disposizione che a quelle delle squadre avversarie. Contro attacchi composti da due punte centrali, De Zerbi non ha esitato a schierare anche la difesa a tre, sia per avere la superiorità numerica in fase difensiva che per avere un uomo in più nella costruzione della manovra che per lui deve sempre incominciare da dietro, coinvolgendo a pieno titolo anche il portiere, vero e proprio calciatore aggiunto delle sue squadre. Più che il modulo sono quindi i principi di gioco quelli a cui il tecnico bresciano si affida, credendo ciecamente in un calcio fatto di idee e di concetti, che vanno al di là dei numeri. Un calcio basato sull’abilità dell’allenatore di trasferire ai suoi calciatori nozioni e capacità di risposta che essi dovranno poi interpretare e mettere in pratica nei novanta minuti di gioco attraverso quel filo conduttore che è in grado di trasformare undici solisti in una grande orchestra. Principi guida i suoi che prevedono alcuni punti fermi quali la costruzione dell’azione dal basso attraverso i piedi di portiere, difensori centrali e terzini, un pressing particolarmente aggressivo  da portare non appena appena la squadra perde palla. La sua linea difensiva è sì a zona, ma non “pura” e quindi non volta soltanto all’attenzione verso il pallone ma con i difensori centrali pronti a seguire i movimenti degli attaccanti avversari, con il centrocampista centrale posizionato davanti alla difesa che si abbassa per coprire le zone eventualmente lasciate libere da uno dei due stopper. Anche riguardo il modo di schierare l’attacco delle sue squadre De Zerbi ha dato segno di grande flessibilità, giocando sia con il modulo del falso nueve, fino a che ha avuto a disposizione Kevin-Prince Boateng, che con il classico centravanti schierando nella posizione del numero nove il corazziere senegalese Babacar. Così come in una recente intervista in cui gli venivano poste domande su un suo pupillo, l’ex calciatore del Sassuolo ora passato all’Inter Stefano Sensi, De Zerbi ha condensato e riassunto in maniera più che esaustiva la sua idea di calcio: “Io, giocatori come Sensi, Torreira, Verratti e Barella li farei giocare sempre insieme. C’è una qualità di cui spesso non si tiene conto nei giocatori, ed è l’intelligenza. I calciatori intelligenti sanno giocare in posizioni diverse senza pestarsi in piedi, sanno alternarsi, sanno sempre cosa vogliono loro e cosa vuole il compagno”.

Il rapporto con i calciatori

Importante anche il rapporto che il tecnico bresciano riesce ad instaurare con i suoi calciatori. A Foggia aveva creato un gruppo di Whatsapp attraverso il quale si confrontava con staff e atleti nelle ore più disparate del giorno e della notte, e quando l’unico fuoriclasse che aveva in squadra a Sassuolo, Boateng, ha avuto la possibilità di coronare il sogno di giocare nel Barcellona, Roberto ha anteposto la felicità del ragazzo alle sue necessità: “Boateng come me, attraverso il calcio esprime la sua natura, racconta la sua infanzia, la sua storia, la parte anche selvaggia di sé. E’ un personaggio particolare, ma con un cuore grandissimo. L’ho favorito quando ho capito la sua voglia di Barcellona, anche se il suo addio ci ha indebolito”.

Un predestinato

Si dice che persino il Barcellona gli abbia messo gli occhi addosso, e che la Juventus (società che programma con anni di anticipo le proprie strategie) lo stia seguendo con grande attenzione per il dopo Maurizio Sarri. I frequenti paragoni con quello che oggi è considerato il miglio allenatore del mondo, Pep Guardiola, uniti alla grande considerazione che un guru del calcio come Arrigo Sacchi ha in più occasioni espresso su di lui, fanno pensare al tecnico del Sassuolo come ad un predestinato. E’ difficile poter ipotecare il futuro, ma ciò che è certo è che parlando di De Zerbi siamo di fronte ad un uomo di spiccata intelligenza, che ama sbalordire e soprattutto mai banale nelle dichiarazioni, elemento che solo chi possiede una marcia in più è in grado di mettere in campo. Un uomo che vive di calcio ventiquattrore al giorno, che adora sia il lavoro sul campo durante la settimana che lo stress dei novanta minuti, fattore che considera come la  benzina che gli permette di andare avanti, al punto da aver dichiarato di invidiare i colleghi che trovano il tempo per andare a giocare a golf o a vedere mostre, situazioni che lui, costantemente impegnato a pensare a mosse e contromosse da contrapporre all’avversario di turno, non riesce proprio a concedersi. Una serie di caratteristiche che fanno di Roberto De Zerbi uno di quegli allenatori destinati non solo a far parlare di sé, ma a lasciare un’impronta profonda nel calcio italiano.