Grazie alla segnalazione di un nostro lettore Alessandro Uliano, abbiamo avuto l’onore e il piacere di conoscere Rino D’Agnelli. Rino e’ un ex giocatore di calcio, che dopo una lunga militanza nelle categorie dilettantistiche piemontesi, ha intrapreso prima la carriera di osservatore, collaborando con alcune societa’ del nord come Juventus, Pro Vercelli ed Empoli, poi quella di responsabile scouting e osservatori della Reggiana per poi trasferirsi in Svizzera e da li poi volera’ in Africa, per iniziare la sua carriera come direttore sportivo, che e’ il ruolo che tuttora ricopre nella VASTESE, dove e’ stato recentemente chiamato per dare un organizzazione efficiente alla societa’ e ricreare entusiasmo ad una piazza importante e blasonata, che negli ultimi anni ha sofferto non poco. Oltre cio’ ci ha anche dato la sua opinione sulla Coppa d’Africa e un suo punto di vista sulla scelta di un allenatore, che lui farebbe se fosse il direttore sportivo di una grande.

Il direttore e’ stato raggiunto telefonicamente e ci ha parlato delle sue vecchie e nuove esperienze.

Ciao Rino, grazie per aver accettato l’invito della nostra testata. Inizia facendo una presentazione di te stesso.

Mi chiamo Rino D’Agnelli, quest’anno ho conseguito finalmente l’abilitazione come direttore sportivo professionista, anche se e’ gia’ da qualche anno che opero con questa mansione. Ho finito di giocare a calcio attorno ai 30 anni, e dopo una lunga militanza nelle categorie dilettantistiche piemontesi, ho iniziato la mia carriera da osservatore per la Pro Vercelli, dopo per la Juventus, per il Chievo Verona, e all’Empoli. In seguito chiamato dalla Reggiana a ricoprire il ruolo di responsabile degli osservatori, e infine da direttore prima in Svizzera e poi in Africa e ultimamente a Mantova.

Ho praticamente fatto tutta la trafila, prima calciatore, poi osservatore poi responsabile scouting  e poi direttore.

In che squadre hai giocato?

Ho giocato in ambito piemontese- valdostano, perche’ vivendo a Torino era piu’ comodo logisticamente trovare squadra in queste due regioni. Ho giocato prima in settori giovanili importanti per l’epoca e poi in prima squadra fino a toccare la quarta serie (La serie D di oggi) che per il livello che aveva puo’ essere paragonata alla Lega Pro attuale.

Che differenze vedi tra la Serie D di ora, e la Serie D quando hai giocato tu?

Le differenze sono sostanziali, prima giravano pochi soldi, adesso invece gira qualche soldo in piu’. C’era un tasso tecnico molto piu’ alto, perche’ si curava di piu’ la tecnica a dispetto della parte fisica. Mentre oggi e’ la parte fisica che viene piu’ curata, togliendo spazio alla formazione e alla parte tecnica. Perdendo di conseguenza un po’ in qualita’

Come mai hai deciso di trasferirti in Africa?

Mi sono trasferito in Africa, perche’ quando ero responsabile della parte tecnica a Locarno in Svizzera, in quel contesto ho conosciuto un imprenditore che aveva investito in Africa, esattamente in Congo , in un club chiamato AC UJANA; avendo visto e apprezzato la qualita del mio  lavoro, mi ha chiesto di seguirlo in Congo. L’ obbiettivo di questa societa’, era fare crescere il club passando dall’organizzazione e dalla formazione.  Nonostante all’inizio ero un po’ titubante, ho deciso di andare comunque a vedere questa realta’, e notando che le strutture erano addirittura migliori rispetto a molte strutture in Italia, ho deciso di accettare questa proposta. Le strutture di questa squadra in Congo avevano dieci campi di allenamento, e circa duemila iscritti.

Le cose che mancavano a questa squadra erano l’organizzazione e la formazione, e inoltre una metodologia di lavoro chiara e professionale.In  Africa hanno i numeri e gli spazi, e i calciatori hanno grande fisicita’ e resitenza, ma a livello strutturale e’ tutto molto approssimativo. Io li ho lavorato sopratutto sulle loro lacune senza snaturare le loro qualita’.

Mi sono avvalso della collaborazione di uno staff italiano, con un allenatore che seguiva la prima squadra e allo stesso tempo formava gli allenatori delle squadre giovanili, e lo stesso faceva un allenatore dei portieri di mia fiducia. La cosa che mi ha piu’ impressionato e’ che nonostante le distanze abbissali a livello logistico, vi erano invece delle buone pubblic-relations. Ero costantemente in contatto con l’allenatore e lo staff della nazionale, e anche con la federazione. Una cosa che in Italia sarebbe impensabile, a meno che non si tratta della Serie A o di un Top Club. Oltre a cio’ ero spesso invitato nelle trasmissioni sportive della televisione nazionale. Una cosa che mi ha dato la possibilita’ di essere conosciuto anche in Africa.

In questo periodo si sta giocando la Coppa d’Africa, che sta entrando nelle fasi finali a eliminazione diretta. Viste le tue esperienze nel continente africano, secondo te c’e’ una favorita alla vittoria finale? Che ne pensi di Congo e Nigeria che sono due nazioni molto vicine a te?

Il Congo, che io conosco molto bene per averci lavorato, e’ una nazione in forte crescita, che sta cercando di ridurre a grandi passi il gap che ha con i paesi africani storicamente piu’ avanti nel calcio; ma anche con il resto del mondo, in modo particolare con l’Europa. A poco a poco con la formazione che gli abbiamo anche fatto noi europei unita con la fame che hanno, stanno crescendo molto. Le favorite secondo me rimangono Senegal e Algeria. E tengo d’occhio il Congo e la Nigeria, augurandogli di arrivare piu’ avanti possibile.

Come vedi i padroni di casa dell’Egitto?Possono ambire alla vittoria finale?

Sono una tra le squadre favorite, ma secondo il mio punto di vista li vedo un gradino sotto Senegal e Marocco riguardo il contesto organizzativo e tecnico-tattico. Pero’ hanno dalla loro il “fattore-campo”, che potrebbe essere determinante per vincere.

Cosa ne pensi del Madagascar, che ha sorpreso tutti vincendo il suo girone, battendo proprio la Nigeria? Puo’ essere la sorpresa che puo’ arrivare fino in fondo, o non arrivera’ oltre gli ottavi?

Il Madagascar e’ una new-entry, infatti e’ la prima volta che arriva a questi livelli. A lungo andare potrebbe pagare un po’ per l’inesperienza. E’ una bella realta’ che ha sorpreso tutti, pero’ secondo me , quando le partite diventeranno decisive pagherà un po’ l’inesperienza a giocare partite di questo livello, rispetto a squadre come Senegal , Algeria, Egitto e Nigeria che sono molto piu’ pronte e con piu’ esperienza rispetto a loro.

Dopo aver parlato della Coppa d’Africa, ritorniamo in Italia, e la nostra curiosita riguarda il Mantova. Quanti anni hai lavorato li? E cosa ne pensi del Mantova di quest’ultima stagione, che ha visto il Mantova andare molto vicino alla promozione in Lega Pro, che poi non e’ riuscito ad ottenere?Secondo te per quale motivo?

Premetto che io quest’anno sono stato un semplice osservatore e anche un tifoso , perche’ ho fatto parte della gestione tecnica di due stagioni fa, quando il Mantova era reduce da un fallimento, ed e’ ripartita dal campionato dilettanti. Ti posso raccontare della mia gestione tecnica, e poi darti il mio parere sulla stagione che hanno appena terminato.

Sono arrivato a Mantova due anni fa, con una chiamata arrivata all’ultimo momento, perche’ la societa’ precedente era fallita, e non si era potuta iscrivere al campionato di Lega Pro. Mi hanno chiamato per ricoprire il ruolo di direttore sportivo, con l’handicap di partire in ritardo e senza niente. Come ben sapete iniziare la stagione tardi, sopratutto dopo un fallimento non e’ semplice. Cosiche’ in accordo con l’area tecnica abbiamo pensato di usare le partite di Coppa Italia come delle amichevoli pre-campionato . Poi una altra grande problematica e’ stata che non avevamo proprio niente, addirittura nemmeno i palloni avevamo,  e abbiamo dovuto ricostruire tutto da zero. Tutti i giocatori che conoscevo, e che avevo seguito in passato nel mio lavoro di Scouting , erano tutti gia’ accasati, quindi siamo stati costretti a fare una specie di grande raduno per poter costruire una squadra decente,  ritrovandoci in netto svantaggio con le altre squadre, che di fatto erano gia’ partite da parecchio . La difficolta’ e’ stata quella di costruire una squadra non per una piazza qualunque, ma per una piazza blasonata come Mantova. Le nostre scelte infatti non si sono basate solo sul fattore tecnico, ma anche sul fattore mentale. Secondo me alla fine abbiamo fatto un bel lavoro, e nonostante siamo partiti con un budget limitato e in ritardo, siamo riusciti a centrare la zona playoff arrivando quarti creando anche un gruppo unito e affiatato.

Posso dire anche di aver fatto anche un lavoro di capitalizazione con dei giovani, che ora giocano nelle categorie superiori. Ma il buon lavoro fatto alla fine si e’ inceppato, per dei problemi a livello societario, che hanno costretto la proprieta’ a vendere. La societa’ e’ stata rilevata da Setti, che si e’ affidato ad altri collaboratori, cosiche’ il nostro lavoro si considero’ chiuso.

La squadra quest’anno ha fatto un buon campionato, sono stati investiti soldi importanti e tutti, tifosi e non, si aspettavano una fine diversa, proprio perche’ partivano piu’ avvantagiati di come siamo partiti noi a livello sia organizzativo che di tempistica. Era una buona squadra, ma gli e’ mancava qualcosa a livello mentale per vincere il campionato.

Dopo l’esperienza di Mantova e’ arrivata la chiamata della Vastese, e hai accettato l’incarico come direttore sportivo. Quali sono gli obbiettivi di questa nuova societa’?

Sono arrivato a Vasto da poco e ci stiamo organizzando per preparare la stagione al meglio. Abbiamo avuto garanzie a livello tecnico, visto che sulla panchina siedera’ il campione del mondo Marco Amelia. Stiamo cercando di confermare parte degli elementi della rosa dello scorso anno, e integrarli con un giusto mix di giovani e di over, perche’ come sapete benissimo la Serie D e’ vincolata all’utilizzo obbligatorio degli under. Bisogna azzeccare il giusto equilibrio tra i giovani e gli elementi di esperienza.

Ti trovi d’accordo con le regole dei campionati dilettantistici, che impongono l’uso degli under, o le aboliresti completamente visto che bruciano molti giocatori giovani che giocano solo per l’eta’, e quando finisce il loro stato di under hanno difficolta’ a trovare squadra?

Io le abolirei, o almeno le modificherei per fare in modo da evitare che il calcio diventi troppo matematico . Se un giovane ha delle qualita’ io come societa’ lo farei giocare comunque . Queste imposizioni delle regole sugli under vanno riviste, anche perche’ il livello tecnico delle squadre rischia di calare vistosamente. Io punterei su regole, ad esempio per far giocare i giovani della propria “cantera” o del proprio settore giovanile, cosi obblighi le societa’ a investire nel vivaio che in futuro diventa un valore aggiunto.

Concludiamo la nostra intervista con un pronostico sul prossimo campionato di Serie A, chi potrebbe vincere lo scudetto?

In serie A la squadra da battere sara’ sempre la Juventus, anche se il cambiamento dell’allenatore potrebbe creare qualche problemino, agevolando quelle squadre come Napoli e Inter che vogliono ridurre il Gap con la Juventus. Sono curioso di vedere come Sarri, che ricerca il gioco a tutti i costi, possa andare a bracetto con la Juventus che e’ una societa’ che invece cerca la vittoria a tutti i costi. Penso che la scelta di Sarri sia stato il piano B , visto che la Juventus puntava tutte le sue “Fiches” su Pep Guardiola. Se fossi stato il direttore sportivo della Juventus, avrei fatto una scelta affascinante e molto provocatoria. Avrei preso Mourinho, scelta che avrebbe creato entusiasmo, nonostante cio’ che pensano alcuni tifosi. Sarebbe stata una scelta che avrei fatto sopratutto per contrapporre la scelta di Conte, cuore juventus, di andare all’Inter. Inoltre Mourihno avrebbe portato alla Juventus quella esperienza in Champions, che e’ mancata in questi anni.

Noi ringraziamo Rino per la sua disponibilita’ e per le cose che ci ha raccontato, aprendoci gli occhi su un mondo affascinante e in crescita che e’ il calcio africano. Gli porgiamo il nostro piu’ grande in bocca al lupo per la sua stagione con la Vastese.